In
una vita troppo breve e di continue inquietudini e agitazioni, un’esistenza
fatta di brutti presentimenti, terrorizzata dall’onnipresente idea della
morte, sempre in pensiero per la salute sua e dei suoi, assai di rado Vittoria
Aganoor raggiunse la vera calma. Proprio la composizione di versi svolgeva la
funzione di infondere una certa tranquillità nella donna, come una valvola di
sfogo, un modo per calmare i propri nervi. Nelle sue poesie incanalava tutte le
emozioni più forti, sicché la lirica aganooriana è una delle più passionali
di tutto l’Ottocento italiano, intessuta di dolore, sofferenze, con improvvisi
scatti di gioia e canti di nuda disperazione. In alcuni degli esiti lirici più
alti aleggia una tensione di straordinario impeto, come certe interminabili
giornate di fine agosto quando tutto il grigio cielo vorrebbe bagnare i campi
bruciati ma, nonostante il rimbombare dei tuoni, la pioggia si ostina a non
scendere. Sì, perché se l’intimismo aganooriano trabocca di piccole e grandi
tempeste, la metaforica pioggia non arriva mai, vale a dire le intense emozioni
non si banalizzano mai, o quasi, in vuoto sentimentalismo. A smentire certi
persistenti luoghi comuni sulla poesia femminile, quella aganooriana, come hanno
capito in molti, si caratterizza proprio per la sua virilità.
(Dalla Prefazione di John Butcher)
Vittoria
Aganoor Pompilj, Visione (Nuove Liriche)