EUGENIA MARTINEZ

testamento di una donna del 900

 

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Formato: cm 17x24 pp. 144

Romanzo 

Prezzo di copertina: € 12,00

Numero ISBN: 978-888-89262-36-8

Roma, 15 settembre 1980

         Questo è il mio testamento.

        La mano si è fermata qui. È strano pensare a un mondo che continuerà a vivere, indifferente, senza che noi vi siamo più.

Strano, e a momenti perfino impossibile, anche per chi è già in qualche modo fuori della vita; per chi la guarda da lontano, ormai dalle finestre di un ospizio di vecchi - pardon! di un pensionato per signore anziane -.

        Siamo una ventina, qua dentro: ciascuna ha descritto la sua parabola e la nostra esistenza è tutta un grigio presente che non ha più davanti a sé la dimensione futuro, con le sue attese, le sue speranze, le sue novità: e tuttavia siamo ancora legate alla vita dall'istinto di conservazione che, come una forma analoga a quella di gravità nel campo della fisica, ci mantiene attaccate alla terra, mentre dietro di noi si accumulano i ricordi del passato...

        Ma che cos'è il passato?! Per lo più una storia con molte lacune. Una storia che si racconta. La nostra. Tutte ne abbiamo una, qua dentro. Ma proprio per questo non riusciamo, per solito, a comunicare tra noi. Siamo tutte arrivate qui per vie diverse, che si sono svolte contemporaneamente su piani paralleli, senza incontrarsi mai. Quando qualcuna di noi parla della sua vita, forse parla più a se stessa che alle altre. E noi, ascoltandola, non riusciamo a ripercorrere attraverso la sua voce quegli itinerari esistenziali, punteggiati di figure di cui non conosciamo né il volto né l'anima e che ci giungono, ambigui e sfocati, dalla memoria altrui. Una memoria che, nel frattempo, ha raccolto e perduto chi sa quante altre cose, che anch'essa si è trasformata e deformata come il nostro aspetto fisico nel corso degli anni.

        Rimane, ancora una volta - e come sempre finché la vita dura - il presente, che, pur se monotono, incalza, sovrapponendosi a ciò che in noi e intorno a noi è già morto. Così, i nostri acciacchi o la visita che talvolta riceviamo, il giudizio spicciolo sui pettegolezzi della vicina di tavola, sulla predica di Monsignore nella Messa domenicale, sulle maniere brusche di suor tale o di suor tal altra empiono assai più spesso e più a lungo i nostri brevi colloqui.

        Ed è naturale che sia così, perché tutto questo, a differenza del nostro passato, lo abbiamo in comune, come la mensa o il giardino, la cappella o la grande sala dove quelle che non hanno il televisore in camera disputano la sera sul programma da scegliere. Il resto appartiene a noi sole, anche se a momenti s'insinua in qualche discorso un po' più confidenziale: quasi sempre la storia di una solitudine. Una solitudine che nemmeno qui cessa di esistere, se non sotto l'aspetto materiale, sia quando parla di una vedovanza - è il caso più frequente - o di un triste "non ho più nessuno al mondo", o di un ancor più triste "mia figlia abita lontano... mio figlio non ha posto in casa per me", che tenta appena di nascondersi sotto qualche rassegnato luogo comune:

        - D'altronde, qui si è assistite meglio...

        - E almeno non si pesa su nessuno...

        Ma alla fine il passato non è fatto solo delle vicende che ci hanno condotte qua dentro. È anche quel che abbiamo in parte dimenticato, pur se, a un momento, ci parve - e forse era - di somma importanza; tutto quel che, vissuto giorno per giorno, si è lentamente amalgamato nella massa incolore del tempo trascorso, in cui le storie personali s'intrecciano con quelle generali, perfino con la storia con la esse maiuscola, guerre, persecuzioni politiche, svalutazione del denaro...

Qualche episodio, qualche data riaffiora: "il 18 luglio di quell'anno mia figlia si sposò"... "il 15 aprile di quell'altro è nato il mio nipotino"... "nel ferragosto del '65 facemmo il viaggio sulla Costa Azzurra"...

E poi i giorni d'angoscia, i giorni d'incubo delle malattie e dei lutti: i rapidi accenni a drammi sui quali non può cadere l'oblio o che continuano silenziosamente a consumarsi qua dentro.

        Penso a quel volto di donna che conserverebbe sotto i capelli bianchi una certa bellezza di lineamenti, se non fosse sempre contratto in una specie di smorfia di pianto: un pianto che dev'essere stato troppo lungo, troppo disperato e si è come cristallizzato in quella lieve deformazione fisica tanti anni fa, quando morì il ragazzino dodicenne vestito alla marinara, che continua ignaro a sorridere dal medaglione che la mamma porta sempre al collo...

Penso a quegli occhiali neri che quasi invadono per intero il viso emaciato di una donnina minuta e taciturna e dietro i quali - mi hanno detto - le due fiammelle azzurro sbiadite degli occhi si vanno spegnendo giorno per giorno...

Alla sordità che isola un'altra in un muro di silenzio...

Alle ammalate, che si vedono soltanto la domenica, a messa, con le loro grucce o le loro poltrone a rotelle...

Alla crisi isterica di quella zitellona, vissuta come una bimba fino a sessant'anni, a fianco di una madre quasi novantenne, e che un giorno, tra singulti nervosi, si proclamava la più infelice di tutte qua dentro, perché‚ almeno le altre, anche se vedove, anche se abbandonate dai figli, erano vissute, erano state donne..."E io invece sono arrivata alla vecchiaia come una stupida! Senza aver avuto niente! Senza aver provato niente!"

Esiste anche una nostalgia del dolore; perché‚ anche il dolore è vita.

      [...]

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